anno: 2018

tecnica: 
foto: Vitor Schietti

Dove comincia e dove finisce un’identità? Dove collocare i suoi confini? Queste le domande che Gigi Piana si pone e che rappresentano il motore della sua ricerca espressiva e artistica, di cui i lavori di “con_fini di lucro” sono il prodotto, come farebbe un lavoro di ricerca antropologica, rivela la sua passione per le domande, più che la pretesa di fornire risposte.

  • Anzi, lo spirito di ricerca di Gigi Piana è quello dell’esploratore nel senso più genuino del termine, che non sa ciò che troverà, ed è disposto a ritornare dal suo viaggio con qualche interrogativo in più. I suoi lavori impattano sul pubblico, chiamato in causa in veste di attore più che di spettatore passivo, e l’artista-esploratore si apre alle eventualità sempre inedite e imprevedibili dell’atto performativo che si gioca nel qui e ora dell’interazione tra artista e spettatori, fra spettatori e opere, fra spettatori e spettatori.

    Contrariamente a quanto si immagina, l’identità non è sempre stata al centro né del dibattito politico e neppure delle scienze sociali. Il concetto desta sempre maggior interesse a partire dagli anni ‘60-’70 del XX secolo, quando iniziano a sfumare le interpretazioni universalistiche della societá. Successivamente, lavori come “Lo scontro di civiltá” di S.P. Huntington, soprattutto dopo gli eventi del’11 Settembre, hanno reso l’idenitá un concetto sempre piú di uso comune.

    L’antropologia culturala stessa con le sue etnografie ha contribuito a creare una riduttiva immagine delle culture/identità come sfere chiuse, separate e perfette, ma ha poi avviato un’analisi critica del concetto di identitá oltre che una profonda riflessione sul modo di rappresentarle. Un contributo interessante per la sua capacità di sintesi e completezza è l’opera dell’antropologo italiano F. Remotti, autore del libro ”Ossessione identitaria” (Laterza, 2010) da cui prenderemo le mosse per continuare nella nostra riflessione.

    La prima prospettiva da analizzare – e la prima che le scienze sociali e l’antropologia culturale hanno avvallato spesso in modo acritico – è quella che possiamo definire una prospettiva essenzialista. Secondo questa visione, l’identità è garantita dall’esistenza preventiva della struttura e dei confini degli oggetti o degli enti: struttura e confini sono già dati, la cifra costitutiva dell’identità è un atto di separazione di sostanze differenti. Separare per identificare, separare per ricercare la sostanza primigenia, la purezza. Separare per individuare le “impurità” ed eliminarle.

    In questa prospettiva, l’identità, quella pensata come sostanziale, non può essere oggetto di negoziazione e dibattito, vuole essere a tutti i costi difesa, giustificando anche l’uso della violenza. Tutto ciò che proviene da fuori rappresenta dunque una minaccia di “alterazione”. Secondo quest’ottica non c’è molta differenza tra razzismo e identitarismo. I due concetti, uno rappresentativo dei discorsi filosofici e pseudoscientifici a partire dall’Ottocento, l’altro più recente, si appellano entrambi a una sostanza, biologica nel primo caso, storica o culturale nel secondo. Il culturalismo, che sembra il termine più attuale per descrivere quest’ultimo orientamento, corrisponde allo stesso atteggiamento intellettuale dei razzismi, che si riversa nelle pratiche di esclusione: si può negare le razze ed essere razzisti. Il politically correct odierno ci obbliga ad evitare certe parole, ma non elimina né i pensieri né i comportamenti, anzi a volte li rende ancora più difficili da individuare. Quello a cui assistiamo oggi è un “neorazzismo culturale”, laddove il termine “cultura” e “diversità culturale” sostituisce il termine “razza”.

    Il discorso sull’identità è sempre frutto di rappresentazione, e in quanto tale, frutto di una operazione di riduzione, spesso mortificante rispetto al mutamento e alle possibilità alternative. Definendo un’identità, l’alterità viene cacciata all’esterno, fuori dal confine, spesso in modo violento, oltre che arbitrario, poiché l’identità è qualcosa – un io, un noi – che viene reso riconoscibile mediante la delimitazione di confini.

    Quali sono le conseguenze di questa polarizzazione identità-alterità, che non prevede sincretismi, flussi, trasformazioni e integrazioni?

    Ad un estremo si verifica la mummificazione dell’identità, un tentativo di sottrarsi dallo scorrere del tempo e pertanto dal divenire, all’estremo opposto una dissoluzione nell’alterità. L’uomo si muove tra questi estremi, oscillando di volta in volta tra esigenze di chiusura e apertura.

    E se assumessimo un altro punto di vista? Se supponiamo che l’identità non inerisce all’essenza di un oggetto, ma dipende invece dalle nostre decisioni, potremo allora adottare una visione di tipo convenzionalistico. In questo senso, i confini corrono laddove decidiamo di tracciarli.
    Di fatto, le possibilità di creare connessioni trasgressive che attraversano i confini diminuiscono la credibilità delle costruzioni dell’identità, ricordandoci appunto il suo carattere convenzionalistico. E ciò accade per la sostanziale ambivalenza del confine, che mentre separa, mette in relazione. L’etimo stesso della parola è chiaro: cum-finis, avere in comune un limite; delimitare…ma in comunione con qualcun altro. Oltre le costruzioni di identità, oltre gli s-confinamenti, occorre ancora prendere in considerazione la dimensione del flusso e del mutamento: sotto le strutture non ci sono “sostanze” o “fondamenta”, bensì i flussi, i movimenti, gli spostamenti.

     

    “con_fini di lucro” si articola proprio su due tipologie di lavori al contempo uniti e contigui. Le forme sferiche scelte da Gigi Piana, potrebbero far pensare alla monade, al tuttotondo perfetto dell’identità, rievocando l’immagine spesso utilizzata da gruppi politici e religiosi per definirsi, in contrapposizione e incomunicabilità con gli altri, se non attraverso lo scontro. Ma a ben vedere le sfere di Gigi Piana sono tutt’altro che uniformi, talvolta sostano nella sospensione, talvolta rispecchiano chi le guarda, si compenetrano, veicolano il dubbio di una porosità inattesa.

    La seconda tipologia, nei suoi quadri intessuti al tema dell’identità si aggancia quello del confine, della linea di demarcazione. Anche qui lo spiazzamento di confini mobili, fatti di intrecci, passibili di disarticolazione, confini che sconfinano. La possibilità per il pubblico di essere attore e spettatore partecipante, chiamato a scegliere, a decidere dove posizionarsi e a interagire con l’opera, chiama direttamente in causa la necessità di diventare consapevoli delle proprie scelte, esercitando un certo grado di libertà. La consapevolezza del proprio posizionamento è innanzitutto la consapevolezza della finzione (fingere dal latino “plasmare”, “modellare”), nel senso materiale del termine di coscienza della costruzione e produzione di identità e confini, che sono sempre artificiali e soggetti a revisione, mobilità, mutamento, creatività.

     

    La possibilità creativa di ridefinire i confini presuppone un atto di libertà di scelta, eppure spesso il grado di consapevolezza sulla base del quale compiere un atto creativo risulta appannato da rigidità ideologiche e luoghi comuni che possono renderci vittime di quello che da alcuni (Gallissot, Kilani, Rivera) hanno chiamato “imbroglio etnico”. Se a livello teorico la globalizzazione si è posta come ideale, prima di tutto economico e poi culturale, in grado di travalicare o addirittura di abbattere alcuni confini, favorendo il libero scambio e la libera circolazione di beni e persone, nella pratica si assiste ad un crescente bisogno di confinare, marginalizzare, limitare, delimitare, escludere. Nell’era del globale, proliferano i localismi e i discorsi esclusivisti, assumendo della parola con-fine, soltanto il “fine”, spazzando via il “con”.

     

    La disgregazione dei poteri forti (Baumann) insieme con la crisi economica aumenta la necessità di aggrapparsi a ideologie identitarie. Sembra infatti che proprio sui confini, laddove si concretizza la possibilità di un passaggio, di una trasformazione, si accentuano le necessità identitarie. Si pensi al ciclo di vita di un essere umano. Vi sono due momenti di passaggio e trasformazione fondamentali, liminari per eccellenza, che comportano un grande carico di incertezza: la nascita e la morte. Proprio sulla linea di questi due confini estremi ogni società si organizza culturalmente per non lasciare al caso la trasformazione, ritualizzandola. Nei riti della nascita e della morte, di fronte al pericolo dirompente di una disgregazione del corpo individuale e del corpo sociale, i ruoli sociali acquisiscono maggiore importanza, si ridefiniscono, specifiche identità prendono o riprendono forma sui rituali delle soglie (chi presiede alle nascite o alle cerimonie funebri? Chi torna a vestire il ruolo di parente stretto attorno al neonato o al defunto? Come viene riattualizzato un legame di sangue o un vincolo di solidarietà attorno ad una nascita o ad una morte?).

    Le opere di Gigi Piana per “con_fini di lucro” sono in grado di porre all’attenzione dello spettatore-attore interrogativi come questi, avendo sempre ben chiara la corrispondenza tra esistenza individuale e esistenza globale, tra corpo individuale e corpo sociale. Tra le righe, la consapevolezza dell’artista di trovarsi su una soglia storica importante, sull’orlo di un cambiamento epocale il cui esito non ci è dato sapere quale sarà, dove la crisi sembra essere la chiave di lettura ormai ridondante del discorso sociale ed economico attuale, quasi a voler distogliere l’attenzione da una decadenza già in atto.

    Il visitatore, attraverso le opere di Gigi Piana, ha la possibilità di compiere un viaggio, di oltrepassare soglie e confini, di muoversi tra simboli e convenzioni, di sceglierne o combinarne insieme, di indossare identità o intrecci di identità, di riflettere sulle evocazioni delle installazioni e di riflettersi su alcune di esse, cogliendone forse il carattere sempre composito, fluido e mutevole.

    Testo di Aurora Lo Bue ed Elisa Grandi (ramodoro)

anno: 2018

tecnica: foto su acetato trasparente, misure varie
foto: gigi piana

Gli scatti da che ho realizzato in Africa durante le tre settimane di residenza Artistica al fianco dell’equipe di Cute Project sono divenuti la base iconografica del racconto da me scritto e presente nel catalogo.

  • Le foto stampate su acetato trasparente e su garza, sono divenute la base degli intrecci intessuti, le immagini video, montate da Ewa Gleisner sono diventati un racconto visivo dell’esperienza.

    Mi interessava non documentare, interpretare, cercare non la differenza ma la similitudine, il dolore, la cura, appartengono al genere umano, più che mai, come l’amore e la morte, uniscono culture, proprio la malattia, vista in positivo è il canto doloroso della vita, il linguaggio comune.

    Ho cercato di conoscere, attraverso le persone quella realtà, nei dettagli di mani, di visi, catturare gesti, espressioni, abitudini, luoghi, dati che mi permettessero di raccontare questa esperienza cercando di non essere superficiale, di descrivere un’esperienza profonda, prima ancora che fisica, umana, spirituale.

anno: 2018

tecnica: plexiglas, silicone e materiali vari
foto:

“viaggio in portogallo_invito al viaggio”

Un libro, un viaggio, un taccuino di appunti e quasi vent’anni di vita accumulata dal momento in cui tutto è iniziato. Si potrebbe dire che questi sono gli elementi di cui è costituito il lavoro di Gigi Piana “verso il Portogallo_invito al viaggio”.

  • Il libro è Viaggio in Portogallo di José Saramago, un punto fermo della letteratura di viaggio proprio per la sua eccentricità rispetto ad un genere in cui la dimensione didascalica rischia di prendere spesso il sopravvento sugli elementi creativi della scrittura. Saramago conduce il lettore nel suo Portogallo, proponendo un itinerario in cui non ci sono i monumenti e i percorsi main stream ma un progressivo accumulo di sensazioni, di luoghi appartati, di persone, in un tempo dilatato, evidentemente in contrasto con la vorace rapidità del turismo.

    Il viaggio a cui Piana “invita” è quindi quello di Saramago, con i suoi tempi lungi, con il suo progressivo accumularsi di suggestioni, raccontato attraverso qualche decina di immagini in cui l’occhio del fotografo assume la stessa importanza del soggetto rappresentato. Non sono foto pensate per documentare, quanto per instillare nell’osservatore una sensazione, per suggerirgli un punto di vista.

    Il tempo, infine. Sono passati quasi vent’anni da quando Piana è tornato a casa dal Portogallo di Saramago; e tutto quel materiale accumulato per fermare nella mente un mese e mezzo di peregrinaggio estivo è diventato qualcos’altro. È diventato un’occasione di riflessione – non di ripensamento! – ma soprattutto è diventato quella base sentimentale che sostanzia l’atto della creazione artistica. Si tratta di una base a cui Piana ha fatto riferimento per digerire, con l’aiuto del tempo, le sensazioni del viaggio. In fondo, è come se l’artista si fosse interrogato sulla corrispondenza fra il se stesso di vent’anni fa e quello di oggi. Il viaggio diventa quindi il pretesto per riprendere la strada, per ripercorrere un itinerario concluso non più con il corpo ma con lo sguardo e con il cuore.

    Quello che ne esce è un accumulo di oggetti e della loro rappresentazione estetica, è un dialogo fra la materialità di ciò che ispira la creazione artistica e la rielaborazione estetica – e narrativa – di quell’aura che gli oggetti raccolti vent’anni fa ancora conservano. È la stessa aura dell’epoca o è un’altra? Forse si tratta di una domanda senza senso perché in realtà l’aura, proprio perché emana ancora la sua energia a distanza di tempo, è qualcosa che è rimasto impigliato nella biografia di Piana accompagnandolo fino ad oggi.

    “Verso il Portogallo_un invito al viaggio” è un insieme di elementi che nel momento stesso in cui vengono messi in scena abbandonano il loro statuto oggettuale e diventano altro. Il diario di viaggio scritto da Piana in presa diretta perde il valore di testimonianza registrata a caldo per diventare un insieme di parole da meditare; allo stesso modo le fotografie scattate non sono più soltanto il ricordo da portarsi a casa ma assumono un valore universalistico che finisce per trascendere la fisicità dei luoghi che rappresentano, e gli oggetti raccolti non sono più feticci ma si trasformano nella tangibilità materiale del ricordo che non sbiadisce proprio perché si può accarezzare, curare o perfino dimenticare e abbandonare.

    Nel suo taccuino Piana scrive, il 31 luglio 1999, all’una e 34 del mattino, a pochi giorni da quell’eclissi di sole che avrebbe dovuto rappresentare, secondo qualcuno, la fine del mondo, che “il viaggiatore si sente più leggero e sa che domani potrà farsi trasportare, senza resistenze né dolore”. Ecco, questo ciclo di opere è proprio questo: il tempo ha trasfigurato le fibrillazioni immediatistiche provocate dalle emozioni e le ha trasformate in uno strumento di liberazione. L’approdo è una libertà che non fa tabula rasa del passato ma lo digerisce con sguardo nuovo, con una consapevolezza diversa. La liberazione avviene quindi facendo i conti con quello che è successo, con un “passato che non passa” – ma in senso buono – e che finisce per essere un’occasione di verifica di se stesso, ma senza sottoporsi a un giudizio.

    I ricordi sono quelli, il viaggio è finito, le persone con cui si condivideva la quotidianità sono cambiate, su tante cose la si pensa ora in modo diverso, ci sono vent’anni di più sulle spalle, sulla pelle e nella testa. Si tratta di qualcosa di ineluttabile. E l’ineluttabilità di ciò che è passato è la precondizione per ritornare su quel mese e mezzo passato nel Portogallo di Saramago. E per portarci pure chi oggi guarda quei ricordi trasformati in arte, chi non si vergogna di fare il voyeur perché è lo stesso artista a invitarlo a frugare nella dimensione più intima del suo ricordo.

    Quando si guardano le fotografie di qualcuno si prova sempre quel misto di pudore e di curiosità, di sfrontatezza e di timidezza, ma quando il privato viene messo in scena diventa altro e muta non soltanto il suo statuto di senso ma anche lo sguardo di chi lo osserva, innescando un meccanismo di liberazione dai pregiudizi.

    Piana intreccia e stampa, condivide le foto di quello che ha scelto di fermare con l’obbiettivo, assolutizza il suo arbitrio e trasforma ciò che ha colpito lui in qualcosa che deve colpire tutti. Non lo fa in modo autoritario, e nemmeno con egocentrismo, ma democraticamente, offrendo a tutti il suo vissuto. La stessa dimensione plastica delle opere, pensate come dei taccuini aperti sul mondo dello spettatore, diventano degli oggetti da portare con sé, metaforicamente ma anche fisicamente. Gli intrecci di fotografie si fondono con la carta del taccuino e dialogano, oltre lo spazio del quadro, con gli oggetti che Gigi ha portato con sé dal Portogallo e che ha conservato per vent’anni. L’ispirazione diventa così tangibile.

    Il viaggio non finisce quando termina, il ricordo non muore quando si archivia, il tempo trasforma, arrotonda certi spigoli e ne rende altri più acuminati. L’arte racconta tutto ciò: è quello strumento di narrazione che, sbattendo in faccia allo spettatore il mondo, gli permette di capirlo, con delicatezza.

    Marco Albeltaro

anno: 2014

tecnica: foto su acetato trasparente

il lavoro “96 variazioni d’onda”, un omaggio ad Hokusai, riflette sul contemporaneo in relazione ad un’icona della rappresentazione artistica: l’onda di Hokusai, che raffigura uno tsunami. 

  • esso costituisce un tema interessante in un quotidiano che ne offre immagini continue nei nubifragi e sconvolgimenti climatici, negli spostamenti di masse umane, negli slittamenti di confini. in questo caso l’onda, oltre a parlare di ciò, riflette su ciò che sta accadendo a livello storico, economico e sociale; sulla differenza tra ciò che è in atto e ciò che percepiamo. la distanza tra reale e percepito è abissale. le informazioni, strumentalizzate, mediate, deformate, creano tante diverse onde. l’onda è una, ma sovrapponendola e alterandola, cambia forma. l’invito all’osservatore attraverso la frammentazione visiva è all’esercizio mentale di ricomposizione: la ricerca di una possibilità soggettiva volta a farsi un’idea di qualcosa simile al reale.

anno: 2014

tecnica: foto su acetato trasparente, misure varie

la serie “heard-t” indaga i corpi femminile e maschile che si intrecciano e si uniscono per creare la magia del rito dell’amore, non simbolico ma fisico. 

  • i corpi uniti producono una luce, come spirito e carne danno origine ad una delle esperienze più arcaiche e primigenie della vita.

anno: 2015

tecnica: plexiglas, silicone e materiali vari

La serie “malattienonstudiate” è prosecuzione di una ricerca iniziata nel 2002 con la personale “fino a qui” in cui il tema sviluppato traeva ispirazione da una citazione tratta dalla pellicola “La Haine” (L’Odio) di M. Kassowitz. 

  • Un uomo, precipitando da un grattacielo con lo sguardo rivolto in alto, prima dell’inesorabile schianto ripete ossessivamente: “Fino a qui, tutto bene.” L’immagine costituisce una metafora esplicativa del presente: alcuni di noi sono già crollati, altri sono in volo… Mentre in “fino a qui” sono affrontate le paure del 20° secolo, in occasione di “Contaci” il medesimo discorso è rielaborato ed attualizzato nella sua declinazione nelle insidie che, ora, minacciano le nostre possibilità di futuro, in particolare negli aspetti vicini al tema del “benessere” psico-fisico. Le sagome (autoritratti) intagliate nel plexiglas trasparente sono alle prese con “terapie”, “cattiva alimentazione” e “inquinamenti ambientali”: uno sguardo critico rivolto al business che sfrutta i temi sopracitati per fabbricare pillole e paure, nonché nuovi malati da poter curare.

anno: 2014

tecnica: foto su acetato trasparente, misure varie

le stesse mappe che dettagliano e profilano la terra-ferma sono ri-aggiornate da gigi piana, che le muove in derive continentali portando le terre al di fuori delle carte stesse (reale-percepito), le “scolla” in “distacco” (operazione che offre la visione materica del disorientamento rispetto alla propria identità e al mondo) oppure le áncora a piani multipli ribaltando le prospettive e creandone di nuove. 

  •  le terre sommerse affiorano alla superficie, quelle emerse sono allagate da maremoti o scompaiono, vuote, lasciando apparire un profilo nuovo, dai contorni familiari (collasso mediterraneo).

anno: 2013

tecnica: legno, pvc trasparente, inchiostro colorato

“disgregazione” è un lavoro di elaborazione di tessuti trasparenti, già utilizzati in “intrecci” (2011) e in “la differenza è impercettibile ma sostanziale” (2012). 

  • in questa tela trasparente è rappresentato il planisfero, “l’immagine per eccellenza dell’ordine e del disordine, del caso e della necessità” (J. C. Amman, “Dare tempo al tempo”). gradualmente la trama si sfilaccia sino a disgregarsi: il riferimento immediato è alla disgregazione sociale, tema di scottante attualità in Italia come nel resto del mondo. un cambiamento in atto che difficilmente si riesce a leggere, a decifrare, che pochi hanno il desiderio di decodificare.

anno: 2014

tecnica: foto su acetato trasparente, misure varie

anno: 2014

tecnica: foto su acetato trasparente

anno: 2014

tecnica: foto su acetato trasparente 

ricerca_di_identità (6161_seiunoseiuna) affronta una delle più antiche riflessioni dell’uomo nella definizione del suo Io: la componente maschile e femminile che nell’insieme costituisce l’essenza, la radice profonda e maggiormente in lotta del nostro essere.

  • persino nel Tao, simbolo di equilibrio universale, si ritrova tale concetto esplicitato nella piccola goccia di colore bianco nel nero e
    viceversa. per l’essere umano, l’accettazione di tale semplice verità si scontra in continuazione con i pregiudizi e le culture con cui i soggetti interagiscono. una disposizione naturale che entra in
    collisione con le convenzioni sociali generando in certi casi veri e propri “mostri”…di ignoranza! per questo lavoro vi è un livello di lettura successivo: quello dell’interazione sociale tra individui, non necessariamente di sesso diverso. in entrambi i casi è un invito allo scambio, all’approfondimento, alla relazione.

    l’intreccio è coesistenza, accettazione non succube ma a pari dignità, di altri individui nel rispetto reciproco.

anno: 2014

tecnica: foto su acetato trasparente

ricerca_di_identità (corpi) 

anno:

tecnica:
foto: ewa gleisner

anno:

tecnica: 
foto: ewa gleisner

anno: 2011

tecnica: vetro, cera gel trasparente, foto su lucido trasparente, lettere magnetiche, lavagne magnetiche
foto: ewa gleisner

words_WORDS è un lavoro sulle parole, sul senso del concetto di parola ancor prima delle singole lettere utilizzate nella composizione. lettere minuscole, leggere e colorate, che esprimono la potenzialità di uscire dal senso stretto e germinare. lettere maiuscole, nere, pesanti, che si accumulano, decantano, muoiono. il lavoro, pensato da più punti di vista, si muove attorno a queste possibilità.

  • le parole di gigi piana – testo critico

    Rifletto spesso sul peso delle parole, sul lor essere organismi vivi composti di un corpo e una mente, sulla forza e la pericolosità insite nella loro identità. Non credo che scripta manent e verba volant. Le parole sono macigni, che puoi disperdere, dimenticare ma mai cancellare. Lasciano tracce, echi, cadono nel vuoto e possono uccidere.

    Rifletto su di loro perché mi guardo attorno e provo a capire cosa stia accadendo nella nostra società: un abuso continuo, generalizzato ad ogni livello e situazione, che riguarda l’uso della parola. Me lo ha fatto capire meglio lo scrittore John Berger, durante un incontro al Teatro Carignano di Torino qualche mese fa.

    Diceva che nel mondo contemporaneo i media e i modelli sociali stanno lentamente privando la gente del linguaggio.

    La lingua viene trattata in modo improprio, le parole sono defraudate del loro reale significato per essere usate con un altro leggermente diverso, che poi, via via, si allontana sempre più dal valore semantico iniziale.

    Così si perde la lingua comune, la possibilità di dialogare, capire realmente, confrontarsi, lottare. Di ricordare e tramandare. Diventa una comunicazione falsa, apparente, tra persone che non hanno più una lingua comune e perdono il loro passato, il presente e la possibilità del futuro. Le parole sono abusate e ridotte al silenzio, e così il pensiero, la libertà. La ricchezza di una lingua e di una cultura sono sostituite da un vocabolario primitivo e ridotto, soprattutto indotto, infarcito di luoghi comuni e modi di dire, in cui la brillantezza della parola e della costruzione di pensiero evaporano. Si instaura un regime di mediocrità lobotomizzante, che attraverso la negazione dell’espressione verbale come pratica di elevazione razionale e spirituale, riduce al silenzio le persone.

    gigi piana piacerebbe a John Berger, per il lavoro di visualizzazione che fa sulla condizione delle parole e del linguaggio oggi.

    gigi piana ruota attorno al concetto di word, che significa “parola” in inglese, cioè la lingua adottata dalla società globalizzata, un pastiche spurio che serve per una comunicazione basica, grezza e veloce tra gente di lingue diverse.

    Word è quindi parola comune nella società orizzontale ridotta virtualmente a un villaggio, ma è anche “il verbo”, di cui sono fatte le cose, che per esistere devono essere prima di tutto pronunciate.

    Piana fa decantare la lingua, ne isola le parole brutte, morte, abusate, ingannatrici e ce le presenta nere. Le altre, quelle che invece rimangono pure, incarnano ancora significati e possono creare un pensiero vivo, per gigi sono colorate, e volano verso l’alto come aspirazione esistenziale. Lui ce le pone davanti, in realtà chiedendoci di scegliere, di schierarci dalla parte delle parole nere o di quelle colorate. È una scelta etica prima ancora che linguistica.

    Mi piacciono le guerriglie concettuali di gigi, le sue armi fatte di parole e pensieri, e vorrei che diventassero un metodo di sabotaggio collettivo.

    Orsù, parliamo bene e mettete giù le mani dalle nostre parole, da noi.
    olga gambari